IL GOVERNO MONTI

sabato 1 ottobre 2011

Sferzata dal Colle

: "La padania non esiste"



Il Capo dello Stato contro la secessione. Poi invoca una nuova legge elettorale: «Il sistema vigente ha rotto il rapporto di responsabilità tra elettore ed eletto». È la condizione per ristabilire la fiducia verso le istituzioni. Lo sfogo riservato di Berlusconi: così si vuol far saltare il banco.
«Napolitano vuole far saltare il banco, provocare l’incidente per favorire la manovra di palazzo». Adesso Silvio Berlusconi comincia ad avere davvero paura. Sente che la «scossa» del Colle è devastante.

Parole pesanti, quelle di ieri del capo dello Stato. Pronunciate nel pieno della rissa su Bankitalia e del grande malumore nel Pdl su Tremonti.

Parlando a Napoli in occasione del 150esimo dell’Unità d’Italia, Giorgio Napolitano dice alla Lega: «La secessione è fuori dalla realtà e fuori dal mondo d’oggi. Appare grottesco oggi pensare a uno Stato lombardo-veneto che competa con Cina, Russia, Stati Uniti. Mi pare che il livello di grottesco sia tale da far capire che si può strillare in un prato ma non si può cambiare il corso della storia».


Frasi dure, taglienti. Non è la prima volta che il capo dello Stato affronta questi argomenti frontalmente. Ma stavolta Berlusconi ci legge un “salto di qualità”, politico. Chiuso a palazzo Grazioli il premier è livido, impietrito. Legge il passaggio successivo come una provocazione, fatta su misura per innervosire il Carroccio e spingere Bossi all’Incidente: «Quello che si sente spesso - afferma Napolitano - è un incoraggiamento ridotto al minimo anche dal punto di vista verbale, grida che si elevano da quei prati in cui non c’è il popolo padano, ma una certa parte del corpo elettorale. Che ha scarsa conoscenza di alcune cose, tra cui l’articolo uno della Costituzione».

Di qui, la spiegazione e il monito: «La sovranità - prosegue Napolitano - appartiene al popolo, si dimentica quello che viene dopo la virgola, e cioè che si esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Non esiste una via democratica alla secessione. In passato un leader separatista fu arrestato. Lo Stato non esitò a intervenire».


Una «scossa», per Berlusconi, che già da sola basterebbe a far tremare il governo. Proprio ora che la base della Lega pare una polveriera pronta ad esplodere. E proprio ora che serve un accordo con Bossi su Bankitalia. Ma è quando arriva la seconda «scossa» che il premier vede davvero nero. E recapita ai dichiaratori l’ordine di non commentare, come sempre nei momenti di panico vero.

Il ragionamento che Napolitano fa sulla legge elettorale, nel giorno in cui sono state depositate le firme per il referendum, ha l’effetto del sale sulla piaga aperta: «Il sistema elettorale vigente - afferma il capo dello Stato - ha rotto il rapporto di responsabilità tra elettore ed eletto. Non voglio idealizzare i modelli del passato, ma ormai è ampiamente diffuso il riconoscimento per cui una diversa forma elettorale può facilitare il ritorno della fiducia nelle istituzioni».

A palazzo Grazioli suona come un aperto sostegno al referendum, e come un messaggio neanche tanto in codice alla Consulta chiamata a pronunciarsi sull’ammissibilità dei quesiti. Ma è nel “non detto” la partita che terrorizza Berlusconi. Da giorni il premier sta lavorando su un “piano B”: elezioni anticipate pur di evitare la consultazione referendaria. Con l’obiettivo di giocarsi tutto con questa legge, che tiene agganciato Bossi.


E non è un caso che in vista dello show down il Cavaliere ha iniziato a sondare i big sull’ipotesi di un cambio di nome. Ci deve essere la parola «Italia», come nei manifesti sul tesseramento con cui ha tappezzato il paese: «Per un’Italia più forte». È più di una suggestione. L’idea di rispolverare il vecchio marchio Forza Italia potrebbe tornare utile se i tempi sono stretti per sperimentarne uno nuovo. Ovviamente con Berlusconi presidente. Ora però diventa tutto più difficile.

La mossa del Colle, ragionano nell’inner circle, rischia di «bruciare» l’ipotesi, per almeno due motivi. Innanzitutto, si tratta di fatto di un invito al Parlamento a mettere mano alla legge elettorale, prima o dopo il referendum, comunque scardinando l’attuale sistema di eletti-nominati.
E poi, se l’esigenza di riforma c’è, resta anche se si dovesse aprire la crisi: «Il capo dello Stato - ragiona un ministro a microfoni spenti - ci ha detto che se a gennaio la Lega stacca la spina, o comunque si apre la crisi, serve un “governo per la legge elettorale”». Poiché è difficile che un anno prima della scadenza naturale della legislatura i tacchini (i parlamentari) votino per il Natale (le elezioni) la sensazione del premier è che un altro governo, se dovesse lasciare palazzo Chigi, si formerebbe in un minuto. Soprattutto ora che tra i gruppi serpeggia un’aria da rompete le righe dopo i vari cedimenti su Tremonti.

Per resistere, dice il premier, servirebbe una proposta della maggioranza sulla legge elettorale. Ma al momento la bozza Verdini sul modello spagnolo è solo una vaga ipotesi. E il confronto con la Lega non è mai iniziato. Se si dovesse aprire in Parlamento un dibattito sulla legge elettorale nessuno, nella cerchia ristretta del Capo, esclude che sull’argomento si può formare un’altra maggioranza. Il discorso, da qualunque punto viene affrontato, porta alla crisi, e non alle urne.

Alessandro De Angelis