Il Partito democratico è nato con una veste unanimistica, quella che incoronò Veltroni segretario, che copriva una pluralità di aggregazioni politiche, le diverse liste a lui collegate.
Questa combinazione di unanimismo e frammentazione è l’opposto di una corretta articolazione di democrazia interna: invece di una fisiologica competizione tra diverse linee politiche, ha portato a una sorda lotta di potere, che ha reso poi impossibile alla segreteria veltroniana la gestione della (pur prevista) sconfitta elettorale.
Questo è il vizio d’origine del Pd, che ha indebolito il suo messaggio di novità e intaccato perfino la forza del modello delle primarie.
Successivamente le cose sono un po’ cambiate: l’elezione di Bersani è arrivata dopo un effettivo confronto di linee diverse, anche se non pienamente sviluppate nei loro contenuti. Sul partito ha però continuato a gravare un’idea di unità del tutto irrealistica, utile soltanto ad essere usata come arma contro la minoranza interna o contro chi non è d’accordo con questa o quella scelta. Il caso della minacciata espulsione dei radicali dal gruppo della Camera è stato il culmine di questa malintesa passione unitaria (tanto più grave, naturalmente, in quanto i radicali non fanno parte del Pd).
Ma davvero l’unità di un partito coincide con l’unanimismo? È impossibile che in un grande partito non ci siano posizioni diverse. Tutti i partiti vedono una gamma di posizioni che alternativamente assumono la maggioranza o vengono ricacciate in minoranza.
È ora di convincersi che l’unità si può realizzare soltanto nella articolazione democratica delle diverse posizioni.
Dove democratica significa due cose: anzitutto che le divergenze siano trasparenti; poi che si tratti di effettive posizioni politiche e non di puri legami di fedeltà o di convenienza. Altrimenti, l’unanimismo coincide col conformismo, come ha rilevato nella sua lettera Tonini (apparsa sul Riformista di venerdì); ed è il conformismo che soffoca l’iniziativa politica del Pd sino a renderne incerta l’identità. Dunque, ben venga la lotta politica, che è cosa diversa dalla sorda lotta di potere.
Anch’io penso, come Tonini, che il Pd stia facendo dei notevoli passi avanti in questa direzione, anche se forse sono meno ottimista di lui. È vero infatti che una linea “riformista” è ben presente e immediatamente riconoscibile, sia sulle politiche economiche e finanziarie, sia sulle prospettive della legislatura e delle alleanze; e io aggiungerei anche il tema della legge elettorale, sulla quale la segreteria ha mostrato molte oscillazioni, mentre la minoranza riformista è ferma nella scelta bipolare e quindi nel sostegno al referendum.
Sono oggi evidenti le differenze tra una linea quale quella esposta da Stefano Fassina e quella tante volte sostenuta da Enrico Morando; ed è altrettanto evidente che la scelta di appoggiare un governo di transizione è proposta da Veltroni come una scelta strategica per il Pd, una scelta alternativa a quella di andare alle elezioni con Vendola e Di Pietro.
Ma il modo in cui il partito è costituito, il funzionamento dei suoi organismi, soffoca i contrasti di linea politica e tende a rubricarli come contrasti personali.
Credo quindi che questa riflessione ci debba portare a riflettere su come il partito stesso e il suo modo di essere (probabilmente anche il suo statuto) debbano cambiare.
Per abbandonare definitivamente il feticcio dell’unità unanimista e conformista, e dar vita finalmente a un partito dinamico e articolato, capace di liberare le sue tante energie.
Claudia Mancina
