Slitta a oggi la lettera all’Europa. Bossi: «C’è intesa, ma non sulle pensioni». Testo scritto senza «Giulio».
«A Napolitano e all’Europa non basta una lettera generica. Ho promesso riforme strutturali domenica scorsa. Se torno indietro, ci troviamo un governo tecnico».
Silvio Berlusconi tratta a oltranza.
Con l’ombra della crisi sullo sfondo. Con la paura di una severa bocciatura in Europa. E col capo dello Stato che rinvia di un paio d’ore ieri pomeriggio la sua partenza per Bruxelles, per aspettare la lettera che Berlusconi invierà all’Europa. Attesa vana, perché serve ancora un’altra notte per trovare una «quadra».
Il punto di caduta è chiaro. Il premier spiega a Bossi che l’incontro con la Merkel e Sarkozy di domenica scorsa non è stata una chiacchierata al bar. C’è, nero su bianco, un verbale. Che racconta le assicurazioni date sul capitolo pensioni e sulle riforme strutturali. Disattenderle equivarrebbe a una catastrofe: un paragrafo che boccia l’Italia nel documento finale del Consiglio di oggi. Poi, la fine: «Se saltiamo - è il ragionamento del Cavaliere - non ci consentiranno di fare un governo ponte in vista delle elezioni. Ci troviamo Monti fino alla fine della legislatura».
Ecco perché, sotto gli spari di giornata di Bossi - contro le fucilate europee - si tratta. Lo spauracchio è un governo tecnico, imposto dalla Bce, e con la mission della legge elettorale.
Pure le dichiarazioni di Giorgio Napolitano vengono lette nella war room in modo sinistro. Suonano come l’ultimo appello prima di un passaggio di fase: «Per l’Italia - dice il capo dello Stato - è il momento di definire, in materia di sviluppo e di riforme, le nuove decisioni di grande importanza annunciate nella dichiarazione del presidente del Consiglio». Significa che le parole sono pietre. Pesano, non possono essere aggirate. Altrimenti è chiaro di chi è la responsabilità della crisi. Ed è chiaro, traducono le vecchie volpi del premier, che per uscirne si deve cambiare timoniere.
L’ipotesi di un «governo Letta» dura pochi attimi. Il Cavaliere pensa che l’operazione sia un’altra: la «soluzione Monti» fino al 2013, e addio urne. Lo pensa anche Bossi. Ma i due tracciano linee di resistenza che si incrociano a fatica.
Per il premier va messo in conto un commissariamento dall’Europa, occorre far propria l’agenda Trichet e arroccarsi a palazzo Chigi. Per Bossi basta nominare la parola «pensioni» e si materializza la perdita di consensi al nord. Per questo parla tutto il giorno come se stesse all’opposizione: «Non hai capito - dice a Berlusconi - che questi burocrati pensano che il problema sei tu. Se cediamo non basterà mai, e a Monti ci arrivano lo stesso». Si tratta, sul capitolo pensioni. L’idea è di ripartire dallo «scalone» di Maroni, riveduto e corretto, e toccando il meno possibile le pensioni di anzianità, dove la Lega ha il suo granaio elettorale nel nord.
Per tutto il giorno e sera si accavallano ipotesi per superare l’ostacolo e trovare un accordicchio.
Sulla stessa linea del Piave, il Cavaliere ha il problema dei conti. Il Senatùr della faccia. Perché il compromesso significa, di fatto, cedere alle richieste di Draghi. La famosa lettera di Trichet, la fucilata di cui parla Bossi, coincide con la sopravvivenza del governo. E nell’ora più difficile il premier mette in conto un conflitto feroce con Tremonti.
Per la prima volta il superministro viene estromesso dalla trattativa. Su di lui l’ombra del sospetto. All’ennesima riunione «Giulio» critica la faticosa mediazione: «Se questo è l’accordo - dice al premier - è meglio che a Bruxelles non ci vai nemmeno». Frase che viene interpretata come un gioco allo sfascio: «Già quando si è intestato il piano sud - spiega un ministro berlusconiano - ha mandato il segnale all’Europa di essere lui il successore, politico e tecnico. Ha continuato a remare contro in tutti questi giorni». Le nubi si addensano sempre di più. Proprio a «Giulio» il Cavaliere imputa «l’agguato» di domenica scorsa. Sarebbe sua la manina che il giorno prima ha montato ad arte un clima ostile a Bruxelles, caricando l’artiglieria dei partner europei.
Nel momento in cui si sente con le spalle al muro, il premier sceglie di resistere solo con i fedelissimi. Tremonti non lo è mai stato. Ieri, lo strappo. È la prima volta dall’inizio della legislatura che si lavora su una bozza da portare in Europa senza che ne sia a conoscenza il superministro. Che non partecipa né alla scrittura della lettera, né alla mediazione col Carroccio. Tutto il dossier passa per le mani di Gianni Letta. È un commissariamento del commissariamento. Tanto che a fine giornata nel gabinetto di guerra il premier non esclude affatto una clamorosa reazione di Tremonti. E alla vigilia del Consiglio europeo di oggi aleggia una sinistra domanda: «Che succede se si dimette?».
Alessandro De Angelis
