IL GOVERNO MONTI

domenica 9 ottobre 2011

La scossa Scajola
 fa tremare Silvio




Berlusconi pensa che Pisanu ha dato garanzie al Quirinale su un governo di transizione «con l’accordo di Scajola». L’ex ministro: «Serve una scossa». Il premier ha paura dell’incidente già martedì, quando si vota sul Def: «Tutti in Aula, pure i ministri». Alfano incontra «Claudio» prima del voto: vuole garanzie sui seggi, sennò rompe.
«Se andiamo sotto sul Def, ce ne andiamo tutti a casa. Non ci devono essere assenti, precettate pure i ministri». Chi ha parlato con Silvio Berlusconi teme che il D-Day sarà martedì, quando la Camera voterà la risoluzione che recepisce la nota aggiuntiva al Def.

Un atto dovuto, in condizioni normali, è diventato un passaggio strettissimo, l’occasione per «l’Incidente». Silvio Berlusconi è convinto che l’accordo sul manovrone sia stato già siglato: «Pisanu - sostiene un fedelissimo di rango - ha garantito a Napolitano le condizioni per un governo di transizione sulla base di un accordo con Scajola». L’avvertimento, che suona come sinistro anche dopo la precisazione di ieri del Colle, è in quel riferimento al governo Pella: «Si dice Pella, si legge Pisanu». Pare la trappola perfetta. Perché è vero che tante volte il governo è andato sotto in Aula. Ma se va sotto martedì, il documento di programmazione economica rischia di non arrivare neanche in Aula.

Insomma, un voto che vale una fiducia. Per questo ieri i capigruppo del Pdl si sono attaccati al telefono. L’ordine è perentorio, diramato a nome del Capo: «Annullate tutto, presenza obbligatoria». Il rischio è che il sasso di Scajola diventi una valanga, che la somma di «tante piccole insoddisfazioni» crei l’Incidente. E c’è un motivo se Angelino Alfano, per la prima volta dopo giorni di silenzio, ha mandato più di un segnale di dialogo all’ex ministro: «Non mi preoccupa nessuna fronda interna. Ci sono piuttosto soggetti importanti come Claudio Scajola, che incontrerò la settimana prossima, che pongono questioni che non vanno sottovalutate». La grande paura è che stavolta «Claudio» faccia sul serio. È stato emarginato, isolato, non ha nulla da perdere. Ci sono tutte le condizioni perché rompa, con l’obiettivo di intestarsi l’apertura di una nuova fase politica, o, per dirla coi maligni, «di rifarsi una verginità con Casini».

Ecco perché tutti hanno provato a blandire Scajola, nella speranza di prendere tempo e di sedare il malcontento dei suoi. Lo zoccolo duro è di 15 parlamentari e 7 senatori, numeri da incubo visti i tempi. Martedì Alfano ha intenzione di incontrare «Claudio», facendolo sentire partecipe del progetto. Poi la mossa della disperazione: «Li deve chiamare uno per uno Berlusconi e chiedere: che vuoi fare? Davvero vuoi far cadere tutto?». Il problema è che stavolta la mozione degli affetti potrebbe non bastare. E Alfano al momento non ha nulla da offrire Scajola, né al governo né al partito. Né sulle liste. Già, le liste. L’unico argomento valido per far rientrate «Claudio», dicono i ben informati, è offrire garanzie sulla ricandidatura, sua e dei suoi. 
Sulla base dei sondaggi attuali il Pdl perderebbe un’ottantina di parlamentari. E Scajola è convinto che, al momento delle liste, l’odiato Verdini farà di tutto per escluderlo e Berlusconi penserà solo a mettere dentro le ragazze che lo ricattano.
Per questo in pochi credono nella «trattativa». Ieri, al convegno organizzato dal ministro Rotondi a Sain Vincent, l’ex titolare dello Sviluppo ha pronunciato parole poco rassicuranti: «È necessario - ha scandito con tono di sfida - che Berlusconi, che negli anni ’90 ha fermato la macchina da guerra di Occhetto, oggi colga a distanza di 17 anni la necessità di essere protagonista di una grande scossa, di una grande svolta, altrimenti questo paese non si salva». 
Una scossa per archiviare un’epoca, «un governo che abbia una base parlamentare più ampia», una nuova fase. La verità è che «Claudio» non crede affatto in Angelino. Pensa che sia debole, oscillante, che porti avanti una linea poco definita: da un lato vuole fare il Ppe in Italia con Casini, dall’altro subisce i falchi che difendono a oltranza il berlusconismo. Risultatato? «Il Pdl - ha affermato Scajola - non esiste, come partito. Serve un progetto nuovo, chiamiamolo partito dei moderati o altro, che possa rimettere insieme tradizioni importanti della cultura occidentale, cattolici e laici del nostro paese». E soprattutto non esiste una transizione morbida: nessun leader toglie il disturbo, va “costretto” a mollare. Non è un caso che l’ex ministro negli ultimi giorni ha intensificato i contatti con Casini, ma anche con Fini, da cui ha mutuato il metodo Bastia Umbra: prospettare un Berlusconi bis, per sostituirlo quando scende dal Colle dopo le dimissioni.
Il terreno del grande cambio è proprio lo sviluppo. 
Da giorni Scajola ripete ai suoi: «O si rendono conto che di fronte al baratro in cui siamo serve una scossa, oppure questi signori devono sapere che si rischia il naufragio». Pronto un pacchetto di emendamenti al decreto sviluppo. Pronto il segnale per martedì. E pure sulle intercettazioni nulla è scontato. Con le dimissioni di Giulia Bongiorno è saltata ogni ipotesi di mediazione col terzo polo. 
E nel Pdl il partito dell’allargamento a Pier vuole altri cambiamenti: «Una legge sulle intercettazioni serve - dice Scajola - ma credo che in queste ore stanno intervenendo delle modifiche migliorative». Altrimenti pure gli ascolti sono buoni per mandare un segnale.
Alessandro De Angelis