Se sono seri sulla questione dei due stati, «perché si ostinano a non riconoscere lo stato di Palestina?». Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha riscosso applausi, ieri, quando si è rivolto all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa a Strasburgo. Appena due settimane fa ha presentato al Consiglio di sicurezza dell'Onu la formale domanda di adesione dello stato di Palestina. Ieri si è rivolto a questa assemblea per ribadirne le ragioni: 20 anni dopo la conferenza di Madrid, 18 anni dopo gli accordi di Oslo che dovevano portare alla pace con uno stato di Palestina accanto a Israele, «quanto ancora devono aspettare i palestinesi?».
La notizia però non sta solo nelle parole di Abbas, già sentite all'Onu. Piuttosto è che il Consiglio d'Europa è tra le prime istituzioni internazionali a fare posto alla Palestina, insieme all'Unesco. Martedì infatti l'assemblea parlamentare di Strasburgo ha riconosciuto lo statuto di «partner per la democrazia» al Consiglio nazionale palestinese, ovvero ciò che più si avvicina a un parlamento di Palestina. Non solo: ha approvato un appello all'Onu perché accolga la domanda e garantisca alla Palestina lo statuto di membro effettivo. Dei 128 stati Onu che riconoscono lo stato di Palestina, 17 sono qui.
Da non confondere con l'Unione europea, il Consiglio d'Europa è formato da 47 paesi - l'Europa dall'Atlantico agli Urali, e giù fino al Caucaso - e ha la missione di creare un terreno comune su diritti umani, democrazia e legalità internazionale. Così prima di «iscrivere» il Consiglio nazionale palestinese ha voluto valutare le sue credenziali: per concludere che le recenti elezioni palestinesi erano state corrette e che ci sono «progressi importanti» da incoraggiare per il futuro: i negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale palestinese, fare del Consiglio nazionale un'assemblea eletta, abolire la pena di morte, respingere il terrorismo, liberare il soldato israeliano Gilad Shalit da 5 anni prigioniero a Gaza... A questa richiesta ha risposto Abbas: vogliamo che tutti i prigionieri tornino a casa, «speriamo in un accordo Israele-Hamas, per la liberazione di Shalit e dei 6.000 palestinesi detenuti».
In attesa dell'Onu dunque la Palestina raccoglie riconoscimenti diplomatici - come quello del Consiglio d'Europa. Ma non saranno riconoscimenti del tutto simbolici a uno stato virtuale - mentre sul terreno continua l'espansione delle colonie ebraiche nei territori palestinesi occupati? «La nostra strategia è rimettere la Palestina sulla carta geografica», ci ha risposto Saeb Erakat, dirigente dell'Olp e capo negoziatore palestinese. «Anche Israele ha una strategia, ed è di mantenere lo status quo. Noi vogliamo rompere lo status quo». Riassume: il governo di Benjamin Netanyahu «punta a togliere giurisdizione alle autorità palestinesi - sul piano politico, della sicurezza, l'economia, tutto. Continuano a espandere la colonizzazione nei territori palestinesi, continuano le incursioni, i diktat, l'espansione militare nella valle del Giordano. Ma questo mette Israele nella posizione della potenza occupante». E il diritto internazionale, le Convenzioni dell'Aja e di Ginevra, assegnano delle responsabilità precise alla potenza occupante, sottolinea Erekat: «Se Netanyahu pensa di poter mantenere questa situazione si sbaglia alla grande. Questa è la strategia: o avremo uno stato di Palestina di nuovo sulla carta geografica, o Netanyahu sarà considerato la potenza occupante».
Un eventuale riconoscimento però cambierà qualcosa sul terreno? Mahmoud Abbas ha sottolineato, nel suo discorso, che «la membership all'Onu non sostituisce un negoziato di pace». Ma bisogna che Israele fermi la colonizzazione dei territori palestinesi: non è una «precondizione ma un obbligo dettato dalla road map», insiste. Israele invece «si è lanciato in un'espansione senza precedenti della colonizzazione a Gerusalemme est e in altre zone della Cisgiordania occupata: e questo ormai mina le fondamenta della soluzione dei due stati».
L'accusa di delegittimare Israele? «La Palestina è andata al Consiglio di sicurezza dell'Onu per rivendicare il suo diritto a vivere come uno stato accanto a Israele nei confini del 1967, e non per delegittimare o negare Israele», risponde Erekat. Già, ma può uno stato chiedere riconoscimento mentre è diviso in due entità politiche? A che punto è il processo di riunificazione, avviato in maggio al Cairo? Saeb Erakat risponde da uomo dell'Olp: «Il colpo di stato a Gaza è un grave problema, ma va risolto con le schede elettorali, non con le armi. Hamas è un partito politico come lo siamo noi: gli chiediamo di tornare a un processo comune. Lo stato di Palestina sarà democratico, trasparente, rispettoso dei diritti umani, dei diritti delle donne. Hamas deve accettarlo e accettare di andare al più presto a elezioni anticipate». Ma il maggiore ostacolo a realizzare gli accordi del Cairo oggi sembra Israele, «che minaccia conseguenze devastanti se faremo un'unità nazionale con Hamas», fa notare Abdul-Karim Kader, il mite parlamentare che guiderà la delegazione permanente del parlamentino palestinese presso il Consiglio d'Europa: «E non sono solo minacce verbali, il segnale è chiaro: possiamo ricattarvi quando vogliamo».
Infine: la futura Palestina sarà anche lo stato dei palestinesi della diaspora? Erekat non ha dubbi: «Lo stato di Palestina garantirà il diritto al ritorno, che sarà sul tavolo del negoziato. La Palestina sarà lo stato di tutti».
Marina Forti
