IL GOVERNO MONTI

domenica 2 ottobre 2011

Fu una dose letale di tangenti ad uccidere Craxi, non i giudici



Se in Italia le parole avessero un senso (e soprattutto la storia e le sentenze della magistratura), Bettino Craxi sarebbe semplicemente, nell’ordine: l’assassino del Partito Socialista Italiano, un politico corrotto e, soprattutto, un latitante. Oltre ad essere l’artefice di quella cultura politica su cui si basa l’attuale Berlusconismo e che tanti guasti e mali ha provocato all’Italia.

In un Paese serio, a chiudere la questione Bettino basterebbero le 3 sentenze definitive emesse dalla Cassazione (10 anni per le tangenti Eni-Sai e la Metropolitana Milanese; prescrizione per le mazzette dalla berlusconiana All Iberian). O i 40 miliardi giacenti sui suoi 3 conti svizzeri personali, gestiti non da tesorieri PSI, ma dall’ex compagno di scuola Giorgio Tradati e poi dall’ex-barista Maurizio Raggio, destinati agli “interessi economici anzitutto propri di Craxi” (Sentenza All Iberian).

Senza contare quella ventina d’anni accumulati tra primo e secondo grado e l’attività di spionaggio condotta contro Enrico Berlinguer e i vertici del PCI, nella speranza di poterlo infangare (ma il suo odio per Berlinguer non riuscì a produrre gli effetti sperati: la vita privata di Enrico era più candida dell’anima di un bambino).

Ovviamente l’Italia non è un Paese normale, figuriamoci se serio. Del resto, come potrebbe esserlo? Con il premier che tra una battuta e una bestemmia si infila in molteplici lettoni di Putin perché “ne avevo 11 fuori dalla porte e me ne sono fatte 8″ e “faccio il premier nel tempo perso”, cosa ci si può aspettare? Onestà, coerenza, trasparenza, rettitudine? Ma quando mai. Al massimo qualche filippica su chi cerca di far rispettare la legge. Che, puntualmente, è arrivata oggi, con un’inedita difesa d’ufficio del suo padrino politico, che con la legge Mammì (pagata bene e anche in cash) ha consegnato a lui e all’Italia un monopolio illegale che ha prodotto non-cultura per 30 anni.

Ebbene, non sto qui a ricordare i disastri politici di Bettino Craxi, mi preme però precisare al Presidente del Consiglio una cosa: i Di Pietro, i Borrelli dovevano ancora nascere quando il Psi di Craxi era già in piena metastasi di tangenti. Nani e ballerine, opportunisti e piduisti, Craxi li riunì tutti alla sua corte, mettendo alla porta galantuomini come Norberto Bobbio, mentre gli iscritti dalle sezioni se ne andavano, i militanti si trasformavano in esattori di tangenti e il partito scompariva dalle città. 

Quando arrivò Mani Pulite il più antico partito italiano non esisteva più e la sua direzione (lo ricorda l’architetto Larini, quello che portava i soldi nell’ufficio di Craxi in Piazza Duomo) si riuniva al ristorante Matarel per parlare solo di affari.

Craxi non fu ucciso dai giudici, ma da una dose letale di tangenti. E se Milano e l’Italia hanno perso il proprio primato culturale e politico nel mondo, molto lo dobbiamo proprio al suo affarismo eretto a sistema. Lo chiamavano “Milano da bere”; Milano se la sono bevuta, assieme all’Italia, e infatti oggi ci restano solo le macerie. 

E Berlusconi, che da moderno Nerone, ha appiccato il fuoco e si diverte a vedere la città bruciare.

Pierpaolo Farina