Fiducia incassata. Alla Camera discorso spumeggiante e determinato. «Poteri Forti? Negli Usa mi accusavano di essere il Saddam Hussein del business». E poi: «Datemi fiducia vigilante, non cieca».
Mario Monti ha vinto il primo round della sua battaglia contro lo spread. Incassa a Montecitorio la fiducia record con 556 voti a favore. Sono le 15.54 di ieri. Un paio d’ore dopo, il temutissimo differenziale di rendimento tra Btp e Bund si ferma quota 467. 556 a 467. E palla al centro.
Chi si aspettava un discorso «da tecnico» è rimasto deluso. Perché Mario Monti, volgendo lo sguardo verso l’emiciclo che sta per votargli la fiducia, mette in chiaro due o tre cose. E lo fa «da politico» Puro. L’uomo dei poteri forti, come lo accusano di essere un Mimmo Scilipoti col lutto al braccio e la pattuglia leghista?
«Se per poteri forti intendiamo quelli veri, io ho avuto il privilegio di vederli. Il giorno in cui proibii una fusione tra due grandissime società americane, l’Economist scrisse: “Il mondo degli affari americano considera Mario Monti il Saddam Hussein del business”». Ma visto che ci sono messaggi che è meglio sottolineare con la penna rossa, ecco il presidente del Consiglio che parla chiaramente alle 630 suocere che si trova davanti, evitando di passare attraverso le nuore: «Pensiamo che se noi faremo un buon lavoro, nel darci o ritirarci la fiducia forse voi dovreste anche tener conto di quali sono le conseguenze sulla fiducia che i cittadini hanno in voi». Più chiaro di un intelligenti pauca.
Berlusconi dice che stacca la spina? «Naturalmente durerò e dureremo quanto la vostra fiducia in noi», risponde il senatore a vita. Ma «se fosse possibile rendere questo concetto di profonda dipendenza del governo dal Parlamento con espressioni diverse da quella di “staccare la spina”, ve ne sarei grato». D’altronde, conclude, «non ci consideriamo un apparecchio elettrico e poi saremmo incerti se essere un rasoio o un polmone artificiale».
E dire che la giornata che potrebbe segnare l’ingresso nella Terza Repubblica era iniziata all’insegna dei Responsabili. Il cilentino Mario Pepe da Bellusguardo, classe 1951, cita il girondino Montequieu da La Brède, classe 1689. «È arrivato il momento di salire sul campanile più alto della città e guardare lontano per vedere che cosa si sta preparando all’orizzonte». All’orizzonte c’è il sottosegretario uscente Elio Belcastro: «Signor presidente, io vengo dalla Calabria, dove la crisi non significa poter mettere la benzina che nella Ferrari che sta nelle stalle degli allevatori del Nord. Significa fame».
Monti prende appunti. Difficile, anche per lui che viene da Varese, immaginare una Ferrari parcheggiata in una stalla. Ma tant’è. Supercalifragilistichemaggioranza. Beppe Fioroni e Paola Binetti omaggiano i cattolicissimi ministri Riccardi e Ornaghi.
L’Aula, nel frattempo, continua a sprofondare verso Sud. Grimaldi, pidiellino scappato al gruppo Misto, invita Monti a «raggiungere la mia città, Enna». Poi si ravvede: «Ma la disturberei troppo, occorrerebbero due giorni e lei ha cose molto più importanti da fare». Il senso del ragionamento grimaldiano, però, è chiarissimo: «Abbiamo bisogno di un altro aeroporto in Sicilia. Quello di Comiso è abbandonato».
La faccenda del «governo dei professori» un po’ l’ha spaventata, la platea. Se Mario Pepe ha rispolverato Montesquieu, Fabrizio Cicchitto s’è dato a letture più recenti. Ed è tutto un «prof di qua», «prof di là». «Il nodo della crescita, come emerge dalle tante analisi, ultima quella del professor Ciocca...», ostenta il capogruppo dei berluscones. E che dire, aggiunge, «della produttività che implica una capacità degli imprenditori italiani di tradurre in profitti l’agenda dei dividendi, come risulta da un’analisi del professor Gallo».
In Transaltlantico si commenta il bigliettino - immortalato dai fotografi - che tale «Enrico», che poi sarà identificato in Letta, invia a SuperMario. «Un’ottima giornata per l’Italia, un po’ meno per me. Aiuto! Sono travolto dalle telefonate di aspiranti viceministri», scriverà in serata su Facebook il vicesegretario del Pd ammettendo di essere scivolato su una buccia di banana. «L’Italia al suo posto in Europa», scandisce in Aula Pier Luigi Bersani.
Il varesino Daniele Marantelli è uno dei primi a congratularsi col «mio concittadino», che «oggi fa il premier». «Un presidente tecnico molto politico, ve lo assicuro», scrive su Twitter il pd Andrea Martella, che tratta l’argomento “Monti” come un napoletano affronta il dossier “Maradona”.
SuperMario, nel frattempo, ha già avuto modo di mandare il suo ennesimo messaggio. «Cosa penseranno i bambini che oggi seguono i nostri lavori se dicessimo loro che è il resto del mondo che ci ha messo nei problemi e non le decisioni prese per decenni anche in quest’Aula?».
I parlamentari, anche quelli con presenza pluridecennale, si spellano le mani. La Mussolini prepara il suo voto contrario. Tanoni passeggia con l’altra lib-dem Melchiorre, forse pensando a un congresso convocabile in una Smart. La pdl Annagrazia Calabria si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta. Fiducia su, spread giù. 556 a 467. Palla al centro.
Tommaso Labate
