Con 281 sì e 25 no. Oggi alla Camera. «Esecutivo di impegno nazionale». L’Europa? «Siamo noi». Il futuro dell’euro dipende «anche da ciò che farà l’Italia».
Il Governo Monti supera lo scoglio della prima fiducia, ottenuta ieri al Senato. Mentre Silvio Berlusconi gli fà il controcanto, provando a evitare l’implosione del Pdl con l’annuncio di un congresso a primavera.
Anche nel giorno della fiducia a Palazzo Madama, il presidente del Consiglio Mario Monti gira come una trottola, prima al Quirinale per il giuramento del capo della Farnesina Giulio Terzi di Sant’Agata (il collega della Difesa Giampaolo Di Paola è ancora a Kabul), per poi presentarsi al cospetto dei senatori e spiegare che cosa intende fare: pensioni, mercato del lavoro, taglio ai costi della politica e, soprattutto, equità e sviluppo, che sono oramai le sue parole d’ordine.
Ringrazia Giorgio Napolitano, Renato Schifani e lo stesso Berlusconi, e incassa un bel po’ di applausi, si ritrae invitando ad ascoltare piuttosto che applaudire. E ricorda ai parlamentari il peso del loro impegno politico: «Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica del governo, lo snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Va riconosciuta e rafforzata la sua dignità, credibilità e autorevolezza.
Da parte nostra vi sarà sempre una chiara difesa del ruolo di entrambe le Camere quali protagoniste del pubblico dibattito». Ribadisce che il suo sarà un «governo di impegno nazionale per rinsaldare le istituzioni, fondandole sul senso dello Stato». In aula, nella tribuna riservata al pubblica, siedono la moglie Elsa, e i figli, che ascoltano mantenendo un basso profilo, l’elenco dei motivi (dalla necessità di non essere «l’anello debole» dell’Ue a quella di salvare l’euro) per cui si chiedono sacrifici e unità d’intenti: «Se falliremo, la spontanea evoluzione della crisi finanziaria sottoporrà tutti, ma soprattutto le fasce deboli della popolazione, a condizioni ben più dure».
Di qui l’appello, reiterato in questi giorni come era stato ripetuto nei mesi scorsi dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, a «superare una fase di dibattito, parte della vita democratica, molto acceso, e consentirci di prendere insieme, senza alcuna confusione delle responsabilità, provvedimenti all’altezza della situazione».
Un messaggio che proprio Berlusconi non sembra recepire fino in fondo, impegnato a mantenere intero il partito e le aree politiche e sociali a esso collegato. Per farlo, conferma la fiducia a Monti, ma rilancia su tutta la linea, lanciando messaggi a tutte le anime pidielline. Comincia in mattinata, incontrando i senatori del Pdl. Parla di un atteggiamento costruttivo nei confronti del Governo, che però dipenderà dal tipo di provvedimenti che saranno presentati. Ribadisce i suoi dubbi sulla patrimoniale, vagheggia sul fatto che l’andamento dei mercati conferma che il problema del Paese non era lui (smentito dalla reazione di Piazza Affari poco dopo, in coincidenza con il discorso di Monti), dichiara che il Pdl sarà determinante per stabilire la durata dell’esecutivo. E poi fa la faccia cattiva: «Questo governo rappresenta la sospensione certo negativa della democrazia impostaci dal Quirinale», reo di rispondere sempre «no», e dunque «torneremo in piazza perché spetta a noi governare».
Ma se il capogruppo pdl a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, sintetizza la posizione del suo partito, dicendo sì a «misure coerenti con la lettera di Berlusconi alla Ue, ma sul resto ci teniamo le mani libere, valutando di volta in volta», Beppe Pisanu e Claudio Scajola all’unisono accantonano la prospettiva di staccare la spina a Monti: «È un governo appena nato, si fanno gli auguri e basta!».
Monti finge di non sentire. Va alla Camera e consegna il programma su cui l’aula oggi deve esprime la fiducia, e torna a Palazzo Madama per la replica: batte sul «primato della politica» (anche visto che entro lunedì il presidente del Consiglio dovrebbe comunicare i criteri in base ai quali le varie aree dovrebbero indicare i sottosegretari, tecnici anche loro, di cui non si conosce ancora nemmeno il numero né la destinazione), offre la mano alla Lega promettendo si seguire da vicino l’attuazione del federalismo fiscale e sta sulla difensiva soltanto quando assicura di non essere «l’uomo dei poteri forti».
Proprio mentre alla Camera interviene il Cavaliere, ostentando uno smalto che non c’è: fa paralleli calcistici, si assume la paternità dell’interim all’Economia di Monti, dà un colpo al Carroccio («alleato fondamentale») e un altro alla Ue («i trattati non sono moloch, si cambiano»), usa in anticipo l’esempio spagnolo per prevedere fulgide vittorie per il Pdl. E annuncia un congresso nazionale del partito in primavera, cui credono in pochi. Al Senato, nel frattempo, si vota la fiducia: 281 sì, 25 leghisti contro, nessuno astenuto. Un plebiscito.
Mentre Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno già avuto una conferenza telefonica con Monti, assicurandogli il proprio sostegno.
Sonia Oranges
