IL GOVERNO MONTI

domenica 6 novembre 2011

Con l’angoscia
 del pallottoliere







Berlusconi: «Quelle che circolano sono fantasie. Non mi dimetto». 
Molti fedelissimi: «Lascia!».
Berlusconi non si dimette. Fini, però, osserva che probabilmente «la maggioranza non c’è più anche in termini numerici». Altri la pensano così, molti altri temono che sia così. La grande conta, forse l’ultima, è in pieno svolgimento. E il rumore dei pallottolieri fa da sfondo agli inviti a lasciare, come quello di Formigoni, e all’insistente voce circolata ieri sulle sue dimissioni del Cavaliere.

In the name of God and Italy, go! chiedeva ieri il Financial Times. E, però, il Cavaliere non se ne è curato e, anzi, ieri non si è mosso da Roma. D’altra parte, già a Cannes si era detto sicuro che la maggioranza era «ancora solida» e che «chi ha lasciato in Pdl o pensa di farlo, una volta che avrà parlato con me rivedrà il suo proposito». Ebbene, si è messo subito al lavoro dando appuntamento a molti per martedì prossimo a Palazzo Grazioli.
 Quota 316 alla Camera: è questo il numero magico. Per ora, i numeri che può vantare il governo sembrano ancora pericolosamente lontani e, in ogni caso, traballanti come non mai.
Il Cavaliere, però, non ha nessuna intenzione di farsi indietro. E ieri lo ha ribadito con una nota che era la dimostrazione di quanto insistentemente la voce di una sua imminente salita al Colle accompagnata dalle dimissioni fosse circolata nelle ultime ore. «Girano nei palazzi romani chiacchiere e pettegolezzi - ha detto il premier - su un argomento: le dimissioni di questo governo. Mi spiace di deludere i nostalgici della Prima Repubblica quando i governi duravano in media 11 mesi, ma la responsabilità nei confronti degli elettori e del Paese impongono a noi e al nostro governo di continuare nella battaglia di civiltà che stiamo conducendo in questo difficile momento di crisi». 
Poco dopo, Paolo Guzzanti, eletto col Pdl e transitato successivamente tra i Responsabili, si faceva portavoce pro tempore del Cavaliere rivelando che Berlusconi gli avrebbe confidato: «Farò il padre nobile, ma basta col governo». Quanto al partito, è «in ottime mani», quelle di Angelino Alfano il quale, però, ha di fronte una settimana molto delicata. 

Come sanno bene a Palazzo Grazioli, la soglia di sicurezza dei 316 alla Camera è lontana. I malumori nel Pdl si moltiplicano. Il pericolo è che si finisca poco sopra quota 300, qualora quei malumori non rientrassero. Sotto osservazione ci sono ancora il gruppo che annovera nomi di primo piano come quello di Roberto Antonione, Giorgio Stracquadanio, Isabella Bertolini, Giustina Destro, Fabio Gava e Giancarlo Pittelli; ma non soltanto. Il primo banco di prova è in agenda già martedì con il voto alla Camera sul rendiconto di bilancio. Difficile che si riesca a scavallare quota 316.

Probabilmente, lo scoglio verrà aggirato ma senza maggioranza assoluta. E questo sarà l’inizio della grande trattativa in vista del voto successivo, quello sul maxi-emendamento contenente le misure economiche. A Palazzo Grazioli già sono pronti. Anzi: il lavorìo era evidente già ieri.
 Alfano, per dire, ha detto che si avvierà una «riflessione» sulle scelte da fare «per favorire il più vasto concorso possibile di forze politiche e sociali». Parole immediatamente apprezzate dalla Bertolini. 
Inoltre, secondo Roberto Formigoni per Pier Ferdinando Casini sarebbe difficile negare il sostegno a «un governo che avesse come programma portare in sicurezza l’economia del Paese». E però era stato lo stesso Casini a porre come condizione per qualunque scenario il passo indietro di Berlusconi, condizione allo stato impraticabile come è evidente. Ma quella di queste ore è soprattutto tattica più che strategia. E allora Formigoni poteva aggiungere che, qualora venisse meno la maggioranza, per Berlusconi lasciare, magari indicando un successore, «sarebbe una scelta saggia».

Ma niente elezioni anticipate. Roberto Calderoli, invece, ieri è saltato sulla sedia bollando come «un colpo di Stato» eventuali «governi tecnici» o «peggio ancora maggioranze allargate».
È chiaro, però, che, seppure Berlusconi non intenda fare passi indietro e se si dica sicuro che il Capo dello Stato non sia «incline a pasticci» né al «bricolage parlamentare», a Palazzo Grazioli abbiano dovuto prendere in considerazione la possibilità che il Capo dello Stato possa avere difficoltà a procedere allo scioglimento delle Camere.

Ciò potrebbe accadere se a comandare fossero i numeri, cosa che diventerebbe inevitabile se la slavina in atto nella maggioranza assumesse proporzioni imponenti, circostanza che appunto va evitata ad ogni costo, soprattutto in occasione del voto sul rendiconto.

Poi è chiaro che lo stesso Berlusconi ha dovuto prendere in considerazione anche l’idea di dover fare un passo indietro. E, però, se dovesse accadere, l’idea del Cavaliere è che debba accadere in Parlamento, con un voto.

Alessandro Calvi