Retroscena. Nel giorno più nero del premier, Napolitano parla di larghe intese. Maggioranza sotto i 315. Il Cav. lavora alla legge di stabilità ma i suoi temono una mozione alla Camera. «Vogliono sostituirlo con Monti o Amato».
Le pensa tutte, anche una patrimoniale sulla casa. Ma anche lui, Silvio Berlusconi, ormai sa di essere «a un passo dalla fine».
Nella giornata in cui Piazza Affari crolla e lo spread Btp-Bund raggiunge l’inesplorata quota 459, il presidente del Consiglio ritorna precipitosamente nella Capitale con la consapevolezza - e per lui è praticamente un inedito - che l’Ognissanti del 2011 potrebbe essere uno dei suoi ultimi giorni alla guida del Paese.
Alcuni dei ministri, a cominciare dal titolare della Farnesina Franco Frattini, annullano gli impegni internazionali in agenda. Giulio Tremonti, tenuto alla larga dall’elaborazione della lettera spedita a Bruxelles, viene riammesso al desco che conta. E persino l’appello che Giuliano Ferrara gli rivolge in serata dal sito internet del Foglio è corredato, sin dal titolo, dall’aggettivo «finale». Scrive proprio così, Ferrara: «Appello finale a Berlusconi. Agisca subito e non si arrenda».
In poche ore la crisi s’è aggravata a tal punto che persino all’interno della maggioranza hanno preferito la via del silenzio.
Bossi, dopo la festa della zucca, si spreca con pernacchie a destra e a manca. I leghisti, ormai consapevoli di sostenere un esecutivo che - come ha chiarito Roberto Maroni ad alcuni amici - «è arrivato al canto del cigno».
Solo Fabrizio Cicchitto accetta di farsi interprete del pensiero ortodosso del Cavaliere. Soltanto lui, tra i pezzi da novanta del partito, mette a verbale che l’esplosione dello spread deriva «dal folle referendum della Grecia».
Dagli altri, invece, poco. O nulla.
Gioca tutte le carte, il premier. Anche quelle della disperazione. Parla col capo dello Stato, ribadendo le «misure tempestive» per tamponare il debito già messe nero su bianco, all’inizio del pomeriggio, da Palazzo Chigi in una nota. Poi sente Angela Merkel. Con cancelliere tedesco, giurano fonti governative, la telefonata è cordiale. «Al punto che entrambi convengono di stabilire contatti personali e continui durante il G20» in programma in Costa azzurra da domani.
Ma il comunicato con cui Napolitano vaglia «la larga condivisione» sulle misure anti-crisi, alle orecchie del premier, suona come un avviso di sfratto. Soprattutto le ultime due righe, riferite ai gruppi di opposizione che hanno manifestato presso il Colle «la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi». Due righe, nulla di più. «Il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva».
Tanto è bastato perché, all’interno della prima cerchia del premier, si svariasse verso le ipotesi più disparate. «Vogliono buttarci fuori. Stanno premendo per sostituire Berlusconi con Monti o Giuliano Amato», dice un ministro prima di entrare nel vertice di governo andato in scena in serata.
Per spiegare il plurale («stanno») basta citare l’appello che Abi, Alleanza delle cooperative, Ania, Confindustria e Rete imprese Italia rivolgono al presidente del Consiglio: «Verifichi se ci sono le condizioni per assumere immediatamente le misure che sono necessarie». Altrimenti «tragga le conseguenze e lo faccia rapidamente nell’interesse dell’Italia».
Le uniche conseguenze che Berlusconi trae riguardano una toppa troppo piccola per coprire il buco. L’ipotesi al vaglio del vertice notturno coi ministri economici è quella di inserire nella legge di stabilità (l’ex finanziaria, insomma) una parte dei provvedimenti annunciati nella lettera di Bruxelles. Qualche privatizzazione, alcune dismissioni e quella «patrimoniale statalista sulla casa» che Giuliano Ferrara gli sconsiglia vivamente.
«Si muova per decreto», è il suggerimento del direttore del Foglio. Troppo tardi.
A Palazzo Chigi si giustificano dicendo che «la legge di stabilità coincide con quella budget law che all’estero ha molta più credibilità». E non solo perché «dà garanzie sui tempi, visto che non può essere approvata oltre il 31 dicembre».
Napolitano che si prepara, dopo il colloquio di ieri con Bersani, a sondare le opposizioni. Lo spread che vola. Le Borse che crollano. Forse, come lo stesso premier inizia ad ammettere, «s’è fatto troppo tardi». Il ritorno dal G20 è già un incubo. Roberto Antonione, parlando alla Zanzara di Giuseppe Cruciani su Radio24, annuncia: «Esco dal gruppo del Pdl e non voterò più la fiducia a questo governo». I 316 dell’ultima fiducia sono scesi a 315.
La maggioranza non c’è più. E i frondisti della lettera anonima uscita la settimana scorsa preparano il grande passo. Al più tardi la settimana prossima, quando il premier riferirà alla Camera sull’esito del G20. Un ministro lo dice chiaro e tondo: «Secondo me, quando torniamo dalla Costa Azzurra, ad aspettarci troveremo una bella mozione di sfiducia».
Tommaso Labate
