Valanga azzurra. Il premier promette il ddl stabilità entro 15 giorni ma dal gruppo alla Camera vanno via altri due parlamentari. I frondisti: «Serve un nuovo governo». Il Cav. si prepara 'Forza Silvio' per le urne.
L’ordine parte quando il segretario del Pdl Angelino Alfano scende dal Quirinale: «Depositate subito - dice il premier - il simbolo di Forza Silvio. Prepariamoci alle urne». È il “piano B”, quello per l’emergenza.
Andare al voto con una lista di pretoriani, alleata con il Pdl e la Lega.
Al momento il Pdl, da solo, non tira. E la moltiplicazione dei simboli aiuta nella rimonta in vista delle urne. Perché ormai alla durata del governo non crede più nessuno. La grande slavina è iniziata. E la polvere dei sassi è accecante.
La lettera al Corriere dei sei ribelli guidati da Giorgio Stracquadanio e Isabella Bertolini è solo l’inizio. La loro parola d’ordine - il premier apra «una fase nuova» attraverso un nuovo governo - la condividono in molti. A fine giornata i parlamentari in fuga sono una decina. E l’Incidente è dietro l’angolo. Programmato quando martedì prossimo il Rendiconto approderà in Aula.
Le opposizioni hanno già deciso la strategia: si asterranno tutte, con tutti i nuovi arrivi. Provando a dimostrare che il governo è sotto quota 310. E poco importa che Silvio Berlusconi ha deciso di giocare le carta della fiducia sul maxiemendamento alla legge di stabilità, per sedare la rivolta: «Entro due settimane - ha dichiarato durante il G20 a Cannes - tutte le misure saranno determinate e definite». Frasi che non hanno rassicurato né i partner europei né i grandi della terra. A Cannes la parola chiave per decifrare la percezione dell’Italia nel mondo è «monitoraggio». Il che significa che la situazione nazionale è fuori controllo.
Epperò il riflesso d’ordine non basta a sedare lo scontento. E soprattutto il tempo non aiuta. La trappola potrebbe scattare prima. Sul Rendiconto, appunto.
Se non bastasse, è già pronta la seconda mossa, questa pensata dagli ex falchi del premier. Una mozione di sfiducia a Tremonti. È il punto su cui deflagra il Pdl, il cuore della contraddizione degli ultimi mesi. Ed è di fronte a questo scenario da incubo che il Cavaliere ha accelerato sul “piano B”. Pensato, studiato a tavolino, in caso di caduta: l’ordalia finale con Silvio Berlusconi candidato, ma per la prima volta senza il suo nome nel simbolo del Pdl. Il nuovo simbolo di «Forza Silvio» è pronto. Il nome non ha bisogno di una lunga gestazione: rappresenta un programma, una storia, Berlusconi appunto. In caso di caduta a novembre è l’unico per resistere nelle urne a gennaio.
Il ragionamento che sta dietro l’operazione è semplice. L’ultimo sondaggio dà il Pdl al 24 per cento. Se si aggiunge un altro simbolo, il partito scende al 15, ma il nuovo marchio vale più o meno sempre 15. Quindi, si parte da trenta, e non da 24. Nel Pdl confluirebbero i vari responsabili del 14 dicembre, e il corpaccione del partito, dentro Forza Silvio la guardia pretoriana disposta a seguire il leader fino alla fine.
Calcoli, strategie, la macchina elettorale del Cavaliere si è messa in moto, visto che al governo tecnico in caso di caduta non ci crede nessuno.
Ieri Fini ha riunito l’ufficio di presidenza di Fli: «Se mettiamo su un governo di emergenza - riassume il fedelissimo Carmelo Briguglio - rischiamo che il killer resusciti Berlusconi dopo pochi mesi. Succede che il governo di salvezza approva misure impopolari e poi lui si ripresenta come nuovo, una volta dimenticati i disastri del suo governo». Dunque, mancano i numeri per un esecutivo di transizione. Ma mancano anche quelli per andare avanti. Alfano ha assicurato al capo dello Stato che la maggioranza non corre rischi: «Recupereremo i critici - ha affermato il segretario del Pdl durante il colloquio al Colle - visto che si tratta solo di un confronto nel partito ma il governo non rischia».
Parole cui non crede più nessuno. Perché stavolta lo schema del 14 dicembre non funziona più. Denis Verdini ieri si è scatenato nella caccia al deluso. Ha incontrato Stracquadanio&Co, ha telefonato ai parlamentari in bilico. Per la prima volta ha toccato con mano che il ritornello “a Fra’ che te serve” non funziona. Il dopo è iniziato. E tutti sanno che i posti in lista non bastano. Gira tra i parlamentari un sondaggio che ne rende sicuri 115: una volta messi i ministri uscenti, i presidenti di commissione, i capigruppo, i papaveri del Pdl; e aggiunti avvocati e “Papi’s girl” le caselle sono esaurite.
Ma c’è di più. La valanga è fuori controllo. C’è una zona grigia di scontenti difficile pure da intercettare. Già, in molti si sono messi a trattare in proprio. E non solo con Casini, dietro la cui porta ieri c’era la fila. La seconda tappa è Fini. Due giorni fa ha riparlato, dopo mesi, con Urso. E il suo rientro tra i futuristi è più di una ipotesi. «Pier» è il più attivo, anche attraverso quella vecchia volpe di Paolo Cirino Pomicino. Ha tenuto i contatti con tutte le fronde. E soprattutto sta sapientemente spiegando a uno ad uno che un “dopo” è possibile. Lo ha spiegato anche ad Alfano: «Io non voglio un nuovo ’92 - ha detto al giovane Angelino - e non voglio rovinare Silvio, né politicamente, né giudiziariamente, né economicamente. Ma deve capire che va aperta una fase nuova. Se non la apre lui facendo un passo indietro, si condanna da solo». Praticamente, la linea di tutti i frondisti.
Alessandro De Angelis
