IL GOVERNO MONTI

giovedì 22 settembre 2011

Cercasi via d’uscita



Berlusconi prova a resistere: «Se cado, rischia Mediaset». Bossi: «Salvare Milanese». Show del Cav. al Colle sulla giustizia.
«Non ho mai pensato di lasciare. Non metterò mai a rischio le mie aziende. Finché sto a palazzo Chigi non le possono indebolire». 
Prima di salire al Colle, Silvio Berlusconi si consiglia con Confalonieri.
Tutt’attorno tira un aria da rompete le righe, il partito del passo indietro miete consensi nel Pdl alla vigilia del voto su Milanese. All’amico di una vita il premier manifesta la sua determinazione a resistere. Gli avvisi di sfratto dei poteri che contano sono durissimi, recapitati via Corriere e Sole. Il premier è furibondo con Confindustria. Pensa che gioca a fare due parti in commedia. «Emma» lancia strali, ne fa «una questione politica» per agevolare un cambio di governo. Epperò manda il suo direttore generale a tutti i tavoli del governo, con un mandato a collaborare: «Con una mano menano, con l’altra chiedono». Insomma, tutto annuncia che l’assedio è destinato a diventare più asfissiante.
E nell’ora più difficile il premier indossa i panni del falco. E c’è un motivo se nell’ora più difficile si precipita nel bunker pure Fedele Confalonieri, l’amico di una vita, uno dei pochi che può dire tutto: critiche, consigli, incoraggiamenti, senza perifrasi. Con un occhio ai titoli di Mediaset e uno alle procure Fidel sente che occorre un faccia a faccia. Quel «salta tutto» che Berlusconi pronuncia spesso ora rischia di travolgere l’operato di una vita. È di fronte all’ansia dei tempi, che i due si ritrovano su posizioni identiche. Per Confalonieri pure la sola ipotesi di un cedimento è rovinosa, per la politica, per le aziende. L’impero va difeso, è il suo ragionamento, e si può difendere solo da palazzo Chigi.
La tesi più insidiosa, per il presidente di Mediaset, è quella di uno scambio tra passo indietro e tutela giudiziaria. Perché non c’è provvedimento che garantisca sicurezze. Cedere sulla difesa dalle toghe significa favorire l’assalto a Mediaset. Ecco perché il consiglio, appassionato, a Silvio Berlusconi è di continuare a fare, fino in fondo, Silvio Berlusconi: «Secondo me non devi presentarti in tribunale su questa inchiesta di Lavitola, pure se l’hanno spostata a Roma. Non devi andare».

Clima da falchi, orgoglio Mediaset, nel bunker Berlusconi parla di resistenza a oltranza, ma pure di controffensiva. 
Sente che nel suo partito c’è una fronda pronta ad affossare Milanese, sa che i giovani leoni, quando la fedeltà è sinonimo di baratro, sono pronti a tradire. Per non parlare della calamita di «Pier» cui si è rivolto mezzo Pdl, pensando al dopo. Tuttavia tra i malumori e la congiura il passo è lungo: «Senza di me - è il ragionamento del Capo - non vanno da nessuna parte». Alfano è bravo ma è giovane, e soprattutto non è riconosciuto leader da tutti. Altri non ce ne sono, in grado di tenere partito e coalizione. E non è in atto nessun complotto vero. Nessuno, dice Berlusconi, è in grado di ordine congiure.
 
E la controffensiva partirà un minuto dopo il voto su Milanese. Quando a palazzo Grazioli si presenteranno tutti i capigruppo di maggioranza. Il premier ne ha parlato ieri a lungo con il leader della Lega Umberto Bossi. 
Tre le linee di azione su cui i due hanno ragionato: un decreto sviluppo da varare nelle prossime settimane, per zittire le cassandre di Confindustria; un nuovo pacchetto di misure per ad personam, con l’obiettivo di fermare il processo Mills. Se dovesse arrivare a sentenza, ha spiegato il premier, sarebbe assai complicato reggere a palazzo Chigi con una condanna in corruzione in atti giudiziari. Il terzo punto è la legge elettorale. Il confronto è solo all’inizio. Ma su un punto «Silvio» e «Umberto» hanno rinnovato, per l’ennesima volta «il patto»: prima del referendum va fatta una nuova legge, sennò va presa in considerazione seriamente la prospettiva di elezioni anticipate.

Proprio la prospettiva delle urne continua ad essere l’unico, reale cemento per impedire la doppia successione, nel Pdl e nella Lega.
Per questo il premier ha chiesto a Bossi di fare di tutto pur di bloccare le prove generali del dopo, sul caso Milanese: «Devi tenere i tuoi, se andiamo sotto diranno tutti che non c’è maggioranza e che dobbiamo andarcene». La linea di libertà di coscienza non garantisce, anzi, potrebbe diventare il velo che copre lo smarcamento di Maroni. 
Berlusconi, abituato alle dinamiche di palazzo più di quanto ammetta, chiede all’alleato uno sforzo. È più di una conta sul braccio destro di Tremonti. Nel segreto dell’urna si misura quanto Bossi è ancora il leader della Lega e quanto Berlusconi sia ancora il Capo del Pdl. Oppure se è arrivata davvero l’ora del tridente Maroni-Alfano-Casini. «Umberto» dichiara il voto contrario all’arresto in serata, quando il Cavaliere è al Colle. Un’ora di incontro per spiegare a Napolitano che ha intenzione di andare avanti. Solito show sulla giustizia, sui magistrati che «complottano», sulle procure che vogliono farlo fuori. Mentre sulla crisi, ha aggiunto, è tutto sotto controllo.
Alessandro De Angelis